500 dadi romani ammassati attorno a un edificio di 4,50 metri per 3,80: gli archeologi non sanno ancora a cosa servisse

500 dadi romani ammassati attorno a un edificio di 4,50 metri per 3,80: gli archeologi non sanno ancora a cosa servisse

Scritto da: Daniele Traverso - il 19 Settembre 2026

Bastano pochi metri quadrati di terreno, accanto alla Grande Basilica, nei Vosgi, per scuotere la certezza di un archeologo. In questa piazza di scavo le squadre hanno scoperto almeno 500 dadi da gioco in osso risalenti all’antichità. Per situare la lacuna: un classico scavo gallo-romano ne rivela una decina, a volte quindici, nell’arco della sua intera durata. Il Consiglio dipartimentale dei Vosgi parla della più importante collezione di dadi da gioco mai rinvenuta nell’antichità.

La scoperta è stata presentata a luglio, al termine della campagna 2026 effettuata a pochi metri dal famoso mosaico del sito. Due mesi dopo, gli archeologi non hanno ancora deciso la domanda più semplice: cosa ci facevano lì tutti quei dadi?

Un edificio di 4,50 metri per 3,80 che si rifiuta di svelare il suo segreto

Tutto ruota attorno a una minuscola costruzione, riportata alla luce durante i ampliamenti degli scavi del 2023 e 2024. Misura circa 4,50 metri di lunghezza per 3,80 di larghezza, si apre verso est e costeggia un’antica strada orientata est-ovest. Le sue pareti erano decorate con murales rossi appoggiati su un piedistallo giallo. Un arredamento pulito per uno spazio così piccolo.

Intorno a questo edificio, il terreno ha rivelato un inventario eterogeneo: chiodi di scarpe, frammenti di vasellame, ossa, fibule, monete coniate in bronzo, aghi con la cruna e questi famosi dadi. Un dettaglio incuriosisce particolarmente i ricercatori: tre esempi sono stati trovati nelle fondamenta stesse, il che suggerisce un forte legame tra l’oggetto e l’edificio.

Sul tavolo ci sono tre strade. Un laboratorio per creare dadi. Un santuario. Oppure uno spazio dedicato ai giochi, posto sotto la protezione di una divinità. Nessuno vince per il momento.

Se al momento è difficile favorire una di queste ipotesi, resta il fatto che si tratta, per l’Antichità, della più importante collezione di dadi da gioco mai scoperta.

Dadi realizzati secondo una regola valida ancora oggi

Gli oggetti stessi raccontano qualcosa. I numeri sono indicati tramite ocelli, un doppio cerchio inciso con una sottile ruota metallica. Per rendere l’incisione più leggibile si poteva riempirla con una miscela di cera e carbone.

Soprattutto, l’organizzazione dei volti segue sistematicamente lo stesso modello, noto come tipo Sevens: la somma di due facce opposte deve sempre dare come risultato sette. Questa è proprio la regola che ancora oggi governa i dadi venduti in qualsiasi scatola di giochi da tavolo. Questa regolarità, quasi industriale, richiede una produzione controllata piuttosto che un accumulo di dadi persi nel corso dei giochi.

A pochi metri di distanza, verso nord, gli archeologi hanno seguito per una ventina di metri anche un condotto idraulico, con due cerchi di ferro ancora al loro posto, quelli che venivano utilizzati per assemblare i tubi di legno in epoca romana. Si accede ad una fossa quadrangolare che poteva ospitare una vasca lignea. Il riempimento di questa fossa ha portato alla luce anche dadi, ceramiche, ossa di animali e numerosi frammenti di aghi. Il suo scavo dovrà continuare e potrebbe affinare la datazione dell’insieme.

Perché giocare a dadi a pochi passi da un santuario curativo

Non c’è niente di banale in questo posto. Il villaggio di Grand conta oggi meno di 400 abitanti, ma occupa il sito di una grande città gallo-romana, Andesina, costruita attorno a un santuario dedicato ad Apollo Grannus, il dio guaritore presso il quale accorrevano i pellegrini. Sono inoltre presenti un anfiteatro con un asse lungo di 148 metri, classificato tra i dieci più grandi del mondo romano, che poteva ospitare 17.000 spettatori, e un mosaico di 232 m² scavato nel 1883 e conservato in loco.

Il paradosso è lì. Fin dal XIX secolo gli archeologi hanno cercato di localizzare con precisione il tempio di Apollo Grannus. Non l’hanno ancora trovato. D’altra parte, hanno appena messo le mani su una pila di dadi di cui non si conosce l’equivalente.

Nell’Impero Romano, i giochi da tavolo con i dadi venivano praticati da tutti i livelli della società, negli anfiteatri così come nelle case o in alcuni accampamenti legionari. Ma il dado non era solo un oggetto di svago: insieme agli astragali, era uno degli strumenti utilizzati per interrogarsi sul destino. In un santuario dove le persone venivano a cercare guarigione, il confine tra gioco e divinazione era probabilmente sottile.

Il cantiere è chiuso, il cantiere apre gratuitamente questo fine settimana

La campagna 2026, guidata da Thierry Dechezleprêtre, curatore capo del Museo Archeologico Nazionale di Saint-Germain-en-Laye, ha mobilitato una quindicina di studenti di archeologia provenienti da diverse università francesi. È stato aperto al pubblico fino al 30 luglio. Gli scavi sono organizzati dal Consiglio dipartimentale dei Vosgi con il sostegno del Ministero della Cultura, tramite il DRAC Grand Est.

Il sito gallo-romano di Grand riapre i suoi monumenti al pubblico sabato 19 settembre e domenica 20 settembre, nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio. Le visite sono gratuite, accompagnate da una guida, con partenze ogni ora dalle 10:15, dalle 9:30 alle 13:00. poi dalle 14:00 alle 18, per una ventina di minuti circa per monumento.

Fonte: vosgesinfo

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