Mercoledì 17 giugno, la Procura di Parigi ha chiesto un anno di reclusione contro Dieudonné dopo che diversi video pubblicati su X sono stati ritenuti problematici dai tribunali.
L’autoproclamata “bestia schifosa” ha affrontato ancora una volta la giustizia a causa di diversi video pubblicati sul suo conto
Uno dei video al centro del processo risale al 7 ottobre 2024, anniversario dell’attacco di Hamas in Israele. Una pubblicazione ampiamente commentata e vista, con quasi un milione di copie, su cui si sono concentrati gran parte dei dibattiti.
In questa sequenza di due minuti il polemista critica “canali di propaganda continua” chi farebbe il 7 ottobre “il giorno di tutti gli orrori”. Per controbilanciare, dal canto suo, sottolinea che questa data corrisponde al compleanno di sua figlia, qualificando il 7 ottobre come “appuntamento meraviglioso, straordinario, magico”.
Al timone, Dieudonné affermò il suo status di artista, accettando ancora l’ambiguità delle sue osservazioni durante il servizio. Un’ambiguità presunta, ma ritenuta problematica dall’accusa.
“Sono un comico. Non sono né un politico, né un intellettuale, né un sociologo. Faccio ridere i francesi da quasi 40 anni”
La sentenza a settembre
Il suo avvocato Karim Laouafi ha menzionato un registro di“umorismo nero”fedele alla linea del suo cliente. Se ciò non bastasse, i tribunali lo accusano anche di un altro video che prendeva di mira Laurent Nuñez, allora prefetto della polizia di Parigi. In esso il polemista, utilizzando un filtro grottesco, definisce così “figlio della tua pura e santa madre” ha “indossa le palle” in modo da “parlare insieme”.
Dieudonné assume il tono della provocazione, sempre sotto la copertura della derisione e della derisione “proiezione divertente”a volte riconoscendo un cattivo gusto. Una linea di difesa basata sulla provocazione, diventata ormai da anni il suo marchio di fabbrica. Va anche oltre, presentandosi come una figura riluttante nel dibattito pubblico.
Ricordiamo che l’artista è in libertà vigilata da maggio, dopo aver scontato una pena con un braccialetto elettronico. Per l’accusa il problema va oltre questi soli fatti. La Procura denuncia una “logica della reiterazione”, evocando a “buona volontà” costruito attorno a queste provocazioni.
Ha chiesto, oltre alla pena detentiva, una multa di 20.000 euro e tre anni di ineleggibilità. Di fronte, la difesa chiede l’assoluzione. Il tribunale dovrà decidere su questa linea di demarcazione tra libertà di espressione e limiti penali e pronuncerà il suo verdetto il 17 settembre.

