A 20 centimetri da terra, bambini di Pompei disegnano gladiatori con il carboncino: gli psicologi sono categorici, li avevano visti dal vivo

A 20 centimetri da terra, bambini di Pompei disegnano gladiatori con il carboncino: gli psicologi sono categorici, li avevano visti dal vivo

Scritto da: Daniele Traverso - il 19 Settembre 2026

Il muro è spoglio, in costruzione, e bisogna chinarsi per vedere qualcosa. Le linee partono a una ventina di centimetri da terra e non superano i cinquanta. A questa altezza, in un locale adibito a deposito di anfore nella casa del Secondo Cenacolo a colonne, a Pompei, gli archeologi hanno notato tre piccole mani delineate a carboncino. Proprio accanto: due scene di gladiatori, due sagome che sembrano giocare a palla, un animale identificato come un cinghiale e una scena di boxe in cui uno dei due combattenti è disteso a terra.

La scoperta è stata presentata il 28 maggio 2024 dal Parco Archeologico di Pompei, lo stesso giorno in cui è stata aperta ai visitatori l’Insula dei Casti Amanti e lo studio è stato messo online sull’E-Journal degli Scavi di Pompei. A distanza di due anni, questi pochi tratti restano una delle testimonianze più dirette mai ritrovate sull’infanzia romana.

Mani ad altezza bambino e figure a forma di polipo

Ciò che ha messo sulle tracce degli archeologi è stato il modo di disegnare. Semplicità dei gesti, ingenuità del tratto, schemi iconografici ridotti al minimo: i personaggi hanno braccia e gambe che si estendono direttamente dalla testa, senza corpo intermedio. Gli specialisti chiamano queste sagome “cefalopodi”, per analogia con i polpi. È una delle prime fasi del disegno dei bambini e non è cambiata in due millenni.

I cefalopodi, queste figure le cui braccia e gambe escono direttamente dalla testa, sono un modo caratteristico di rappresentare la figura umana, utilizzato ancora oggi dai bambini. Si tratta chiaramente di una costante antropologica, indipendente dalle mode artistiche e culturali.

La stima utilizzata dal Parco colloca gli autori tra i 5 e i 7 anni. Gabriel Zuchtriegel, il direttore, ha menzionato lui stesso i bambini di 6 o 7 anni nel presentare le immagini.

Perché i ricercatori escludono la copia

Rimaneva la domanda più interessante: questi bambini disegnavano ciò che avevano visto o ciò che era stato loro detto? Pompei è piena di immagini di gladiatori, dipinte, incise, esposte. Un bambino potrebbe benissimo copiare un segno.

Il parco ha quindi affidato i disegni agli psicologi dell’Università Federico II di Napoli, avviando una collaborazione con il suo dipartimento di neuropsichiatria infantile. La loro conclusione, così come è stata resa pubblica, esclude l’ipotesi del modello copiato: le scene dei gladiatori e della caccia sarebbero state tracciate secondo visione diretta.

Un bambino, o forse più, che giocava in questo cortile tra le cucine, le latrine e le aiuole adibite alla coltivazione degli ortaggi, aveva probabilmente assistito a risse nell’anfiteatro, entrando così in contatto con una forma estrema di violenza spettacolarizzata, che poteva comprendere anche esecuzioni di criminali e schiavi.

In altre parole, un bambino di sei anni attraversava la città, si sedeva sugli spalti dell’anfiteatro, guardava gli uomini farsi male e gli animali morire, poi tornava a casa e ricostruiva la scena con il carbone sul muro del corridoio. Lo stesso parco archeologico sottolinea il parallelo con il nostro tempo, videogiochi e social network compresi, con una grande differenza: nell’arena il sangue era reale e quasi nessuno lo vedeva come un problema.

Un altro disegno, più in alto sul muro, e un cantiere in costruzione bloccato sul suo cammino

La seconda serie di disegni è stata rinvenuta altrove nella stessa abitazione, sulla parete di un corridoio adiacente ad un cortile di servizio, ma a circa 1,50 metri da terra. Troppo alto per un bambino di questa età. La spiegazione avanzata dagli archeologi è quasi più eloquente del disegno stesso: l’autore sarebbe salito sull’impalcatura eretta per i lavori in corso nella casa. Possiamo vedere due gladiatori faccia a faccia, una scena di venazione con due bestiari armati di lunghe lance che affrontano quella che sembra una coppia di cinghiali, e sulla destra una testa di rapace, forse un’aquila.

Perché l’Insula dei Casti Amanti era in costruzione al momento dell’eruzione del 79. Ripresa dell’impianto idraulico, ridecorazione in corso, disegni preparatori degli affreschi interrotti prima della colorazione. Una casa aperta, ingombra di impalcature, dove i bambini potevano muoversi e scarabocchiare senza che nessuno dipingesse dietro di loro.

Sulla parete est, gli scavatori hanno notato anche un disegno molto diverso, più antico, tracciato con pigmento rosso, probabilmente ocra, e parzialmente ricoperto da una lavatura color crema che senza dubbio servì a farlo scomparire: una scena marina francamente ribaldo, con grandi navi, pesci e accessori per la pesca. Questo non era il lavoro di un bambino.

Quello che possiamo vedere oggi

L’isolotto, situato lungo Via dell’Abbondanza, si estende per circa 2.600 mq e riunisce tre abitazioni, un panificio e una stalla dove sono stati ritrovati gli scheletri dei muli che lavoravano le macine. Da maggio 2024 è visitabile attraverso un sistema di passerelle sospese che permettono di sovrastarlo e osservare archeologi e restauratori al lavoro. Gli stessi scavi hanno rinvenuto, all’ingresso della casa dei pittori all’opera, i resti di due vittime dell’eruzione, un uomo e una donna.

Pompei continua a fornire questo tipo di piccoli dettagli che cambiano completamente la visione della città, come questi graffiti che hanno cambiato la presunta data dell’eruzione. Qui ci sono le mani di tre bambini appoggiate al muro, delineate a carboncino, a venti centimetri da terra.

Fonte: Cultura.gov.it

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