Un residente dei Paesi Baschi spagnoli dovrà restituire all’amministrazione 1.615 euro di indennità di disoccupazione. La somma le era stata pagata indebitamente per quasi tre mesi, all’inizio del 2025. La questione avrebbe potuto finire lì, ma l’interessato si è rifiutato di rimborsare e ha portato il caso in tribunale.
La sua argomentazione: l’errore è stato commesso esclusivamente dall’amministrazione, e una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo tutela in questo caso i beneficiari in buona fede. La giustizia basca ha respinto il suo ricorso, basandosi su un dettaglio del suo fascicolo. Ha più di 600.000 euro in banca.
Un mese di lavoro interinale, poi due richieste di indennità
La vicenda, riporta il quotidiano Diario Vasco citato dal canale Telecinco, inizia nel giugno 2024. Questa donna, la cui identità non è stata resa pubblica, lavora poi per circa un mese tramite un’agenzia interinale. Durante questo periodo è stata messa in congedo per malattia. La chiusura durerà sei mesi, fino a gennaio 2025.
Una volta guarita, chiede l’indennità di disoccupazione classica al SEPE, il servizio pubblico per l’impiego spagnolo, equivalente al France Travail. L’organizzazione gli riconosce 120 giorni di diritti, ma li considera già esauriti durante il periodo di assenza per malattia, proseguito anche dopo la scadenza del contratto.
Presenta poi una seconda richiesta, per un’assistenza diversa: indennità di disoccupazione riservata alle vittime di violenza di genere o violenza sessuale, previa verifica dei mezzi. La SEPE lo concede inizialmente per tre mesi. I pagamenti iniziano il 6 febbraio 2025.
Reddito quasi tre volte superiore al massimale
È riesaminando il file che l’organizzazione scopre il problema. Secondo gli elementi contenuti nella sentenza, la beneficiaria riceve ogni mese 800 euro di affitto, a cui si aggiungono 1.834,25 euro di reddito derivante dai suoi investimenti. In totale più di 2.600 euro al mese.
Tuttavia, per ottenere questo tipo di aiuti in Spagna, il reddito personale non deve superare il 75% del salario minimo, ovvero 888 euro al mese nel 2025. Nel calcolo sono inclusi i redditi da affitto e da risparmio. Con 2.634 euro è quasi il triplo della soglia autorizzata.
La SEPE revoca l’indennità e reclama le somme versate tra il 6 febbraio e il 30 aprile 2025, ovvero 1.615 euro. Un importo che corrisponde a poco meno di tre mesi di questo aiuto, fissato a 570 euro mensili per il primo semestre.
Un punto, però, distingue questo caso dai casi di frode previdenziale, come quello di questa coppia che ha ricevuto la RSA con 500.000 euro sui conti. Qui nessuno incolpa il beneficiario di aver mentito. La sentenza rileva che ella aveva fornito i documenti richiesti e che non le poteva essere imputata alcuna frode o negligenza. Gli aiuti sono stati concessi per errore e poi ritirati.
Emessa una sentenza europea per una donna disoccupata e senza risorse
È su questa buona fede che la ricorrente ha costruito la sua difesa. Ha invocato quella che i giuristi spagnoli chiamano la “dottrina Cakarevic”, dal nome della sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo il 26 aprile 2018.
All’origine di questa decisione, una croata, Ilinka Čakarević, alla quale l’agenzia per il lavoro del suo Paese aveva continuato a versare l’indennità di disoccupazione oltre la durata legale. L’amministrazione gli ha poi preteso l’equivalente di circa 2.600 euro. La Corte si è pronunciata a favore di questa donna: l’errore proveniva interamente dallo Stato, lei aveva ricevuto i soldi in buona fede, e queste modestissime indennità costituivano il suo unico reddito. Obbligarlo a restituire tutto è stato un peso eccessivo.
Da allora, i tribunali spagnoli hanno applicato regolarmente questo ragionamento. Nel marzo 2025, la Corte Suprema ha così consentito a un uomo di trattenere più di 12.000 euro di un’indennità che l’amministrazione gli aveva versato per errore per più di cinque anni.
Ma questa tutela presuppone il rispetto di tre condizioni: un errore esclusivamente amministrativo, un beneficiario in buona fede e un rimborso che graverebbe su di lui in modo sproporzionato. I magistrati baschi hanno ricordato che questa dottrina non esenta, in linea di principio, dal rendere un servizio erroneamente percepito. In questo caso la buona fede non è bastata.
Con più di 600.000 euro in banca, hanno stimato, restituire 1.615 euro non costituisce un onere eccessivo. L’importo richiesto rappresenta meno dello 0,3% dei suoi risparmi.
Fonte: Telecinco