Abitante discreto dei nostri giardini, il riccio europeo rimane una specie vulnerabile a diversi cacciatori notturni.
Dagli anni ’90, le popolazioni di ricci sono diminuite di circa il 70% nelle aree rurali e periurbane e quasi 700.000 individui muoiono ogni anno a causa dello schiacciamento sulle strade. A queste minacce si aggiungono i rapaci notturni, le civette, che approfittano degli animali indeboliti o troppo esposti all’aperto.
L’urbanizzazione, lo sviluppo edilizio e l’agricoltura intensiva hanno progressivamente fatto scomparire siepi e boschetti, dove il riccio dormiva, cacciava e si riproduceva. I pesticidi riducono drasticamente lumache, vermi e insetti, la sua dispensa naturale. In questo paesaggio impoverito, il piccolo mammifero spesso arriva emaciato in autunno, proprio quando dovrebbe accumulare riserve e prepararsi al letargo.
Per gufi e gufi, un riccio emaciato rimane una preda interessante. Il gufo reale, Bubo bubo, colpisce per le sue dimensioni e soprattutto per la potenza dei suoi artigli, capaci di spezzare le ossa. Gli studi dimostrano che gli avanzi del riccio possono costituire fino al 5% della sua dieta locale. Aggira gli aculei afferrando l’animale per la pancia, unico punto veramente vulnerabile.
Un’altra figura della notte, il barbagianni, Tyto alba, soprannominato la Dama Bianca, pattuglia sopra i prati falciati e i campi aperti. La sua finissima visione notturna e le sue piume dai bordi sfrangiati gli permettono di volare quasi del tutto in silenzio: il riccio non lo sente arrivare.
Come possiamo proteggere i ricci nei nostri giardini?
Presente in molti boschi e parchi urbani, l’Allocco, Strix aluco, tra aprile e settembre prende di mira soprattutto i giovani ricci, i cui aculei ancora molli offrono scarsa protezione. Rotolandosi a terra, questi giovani immobili diventano facili prede per un attacco dal cielo.
Di fronte a questa pressione notturna, ogni metro quadrato di giardino può diventare un rifugio. L’Essonne Wildlife Centre reintroduce così gli animali accuditi in un “giardino senza predatori”, dotato di rifugi, di una casetta e perfino di un’area di alimentazione chiamata “Resto”.
I volontari ci ricordano che si tratta di animali “indifesi” di fronte alle attività umane.
“Se possiamo aiutarli. Forse altre persone inizieranno a fare la stessa cosa.”
Per limitare gli attacchi dal cielo, cataste di legna, cumuli di foglie morte e rifugi artificiali con ingressi stretti offrono nascondigli invisibili dall’aria, integrati dalla cessazione dei pesticidi, erba meno corta, acqua fresca a disposizione, ma mai latte.


